Negli ultimi anni abbiamo imparato che la globalizzazione non è un percorso lineare, né inevitabile. Il commercio mondiale cresce, ma è cambiato il nostro sguardo: oggi cogliamo meglio fragilità, tensioni e squilibri, soprattutto per i sistemi industriali europei. Non mi riferisco in questo caso alla crisi apertasi con il conflitto nel Golfo Persico, ma a criticità presenti da tempo.
Tra queste, voglio ricordarne una: la sovraccapacità produttiva cinese che rappresenta una questione critica. L’afflusso di prodotti a basso costo ma di qualità crescente, si pensi alle auto o agli elettrodomestici, rischia di mettere in difficoltà intere filiere, anche avanzate. Difendere l’industria è quindi necessario, non in chiave protezionistica ma per garantire regole eque nel commercio internazionale.
L’Italia, come sappiamo, ha tutte le carte per essere protagonista. I risultati dell’export, anche nel difficile 2025, confermano la forza di un sistema manifatturiero diffuso, diversificato e competitivo. Il Made in Italy resta sinonimo di qualità, innovazione e adattabilità. In questo contesto si inserisce il sistema industriale reggiano, esempio concreto di solidità grazie a imprese orientate all’export, capaci di innovare e costruire relazioni globali, ma anche particolarmente esposte alle tensioni internazionali.
Per l’insieme di queste ragioni difendere la manifattura significa difendere lavoro e futuro. Per realizzare tutto ciò serve, in Europa come in Italia, una strategia chiara che sostenga le imprese e rafforzi la competitività. Diventa così fondamentale trovare un nuovo e diverso equilibrio tra disciplina di bilancio, capacità di investimento, regole. Questo perché vincoli troppo rigidi e un eccesso di regolazione rischiano di frenare crescita e transizione industriale. Occorre invece favorire investimenti e semplificazione normativa.
In questo quadro, è urgente affrontare nodi critici come il sistema ETS. Nato con intenti condivisibili, il meccanismo dei certificati verdi si è trasformato in un onere insostenibile che penalizza la nostra manifattura rispetto ai competitor globali. L’industria non può più permettersi di accettare un sistema che alimenta la speculazione finanziaria e alza artificialmente i costi energetici, drenando risorse preziose agli investimenti green.
Confindustria chiede dunque una revisione radicale, o persino una sospensione temporanea del sistema, per salvaguardare la competitività dei settori energivori. Difendere l’ambiente non può significare rassegnarsi alla deindustrializzazione: serve un realismo nuovo che trasformi l’ETS da tassa ideologica a strumento di vero accompagnamento alla transizione.
A queste esigenze, note da tempo, si è sovrapposta la fase di forte incertezza internazionale – determinata dal richiamato conflitto in Medio Oriente – che incide proprio sui costi dell’energia nonché sulla stabilità dei mercati.
In tale prospettiva la politica e le istituzioni europee devono cambiare registro. Devono accompagnare questa fase con scelte coerenti e lungimiranti infrangendo, se occorre, come in questo caso, anche consolidati tabù. Dobbiamo tutti prenderne atto: il mondo resta aperto e dinamico, ma diverso da quello di dieci anni fa. Dunque, affrontarlo con realismo e determinazione è essenziale, nella consapevolezza che l’industria continua e continuerà a essere il cuore della crescita. Non ci sono alternative.
Roberta Anceschi, Presidente Confindustria Reggio Emilia